Erba Matta

C’è una vegetazione inopportuna, che s’insinua e si adatta, anticonformista e disordinata. La stessa che preme sui muri e a volte vince, facendoli suoi. E’ l’erba matta del titolo, quella natura selvatica che porta addosso i colori della globalizzazione. Laura Bosio torna alla narrativa, dopo alcuni libri di saggistica, con un romanzo delicato e confortante come un abbraccio, che si inserisce nella collana “il bosco degli scrittori” di Aboca.

Sono due l’età di una donna raccontate nel libro, dove le erbe matte nascono in ogni crepa.

“La prima è l’età dell’adolescenza, della prima giovinezza, della generazione-laboratorio degli anni Settanta, con le sue confusioni, le sue velleità, ma anche il suo slancio rivoluzionario, la voglia di cambiamento e di comprensione. E di studio, di crescita, erba matta in mezzo a erbe matte. La seconda è l’età adulta, dove però molte acquisizioni fatte in quegli anni lontani, ideali, modi di guardare alla vita e ai rapporti, sono ancora presenti e vive, a un altro giro della spirale.” 

Vegetazione inopportuna, come metafora di cosa?

Le erbe matte di cui racconto sono quelle comunemente dette “erbacce”, la vegetazione che preme sui muri, sulle case, sulle strade. Le edere che si arrampicano, i tarassachi che sbucano dai tombini e dalle crepe dei selciati. Gli ailanti o alberi del paradiso che svettano nelle intercapedini dei palazzi, o le radici che sollevano e rompono l’asfalto. Un’esplosione di vita disordinata che scava, si fa spazio, invade, libera e vince: natura prepotente che si oppone alla nostra prepotenza. 

Erbe selvatiche che come la globalizzazione hanno invaso il pianeta.

Le erbe matte si sono fatte largo con un’adattabilità eccezionale. Vittoriose, sì, ma con l’unica pretesa di esistere. Le considerano “piante nel posto sbagliato”, ma non lo hanno voluto per prime, quasi tutte sono state traslocate di forza in altri ambienti. Obbligate a spostarsi da una civiltà all’altra, hanno sfidato il mondo moderno, che si pretende ordinato. E sono entrate a far parte della vasta comitiva degli “estranei” che si presentano dove non sono i benvenuti. 

Il rispetto verso la natura significa rispetto verso se stessi: deve a qualcuno, in famiglia o fuori, questo insegnamento?

Vivo a Milano da molto tempo, ma sono nata a Vercelli, in terra di risaia, intorno c’era tanta vegetazione, il contatto con la natura era stretto, e avevo imparato a osservarla anche dentro la città. E a rispettarla in ogni sua forma.

Quanto è importante osservare il mondo con gli occhi ad altezza di bambino?

Ad altezza di bambino, o di cane, di gatto. È libertà di guardare, un marciapiede rotto, degli orti su cui si piega una figura lontana, le sporgenze nerastre di palazzoni senza nome, un fascio di colorate erbacce che sbucano da una finestrella a bordo strada. È la bellezza di abbassarsi, di abbandonare il punto di vista sopraelevato e di perdersi negli accidenti delle superfici. Negli altri così come sono, come siamo. Vedendo il rimosso delle città e delle campagne. Per ripopolare di nuova vita il deserto che ci stiamo costruendo intorno. 

Le capita di guardare attraverso la finestra, come la protagonista del suo libro? Cosa vede e cosa vorrebbe vedere?

Sì, mi è sempre piaciuto guardare dalla finestra, una cornice dentro cui inquadrare o lasciar scorrere tutto quello passa, lo “spettacolo del mondo”. Mi piace altrettanto andare oltre la finestra, verso quegli altri che passano. Essere tra gli altri, in mezzo agli altri, in quel noi che tutti insieme formiamo. Non a caso, credo, sette anni fa ho aperto una scuola di volontari per insegnare l’italiano ai migranti. Ed è proprio da loro, dai migranti, che dovremmo imparare di nuovo a vivere, a cavallo delle linee di confine della natura come della società.
Una città del mondo che ben la rappresenta, e perché.
Mi sono venute in mente Parigi, Berlino, Buenos Aires. Ma rispondo Milano, che mi ha accolta quando ero ragazza e che ancora riesce a sorprendermi.
E un libro.
Uno solo? Difficilissimo. Forse un libro eccessivo e sapientissimo come Gargantua e Pantagruele.