La complessità del fenomeno dell’architettura brutalista a Milano durante gli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale suggerisce una lettura per elementi, che tenga conto della compresenza di protagonisti, teorie e opere. Sono stati gli anni in cui Ernesto Nathan Rogers, tra le pagine della rivista «Casabella Continuità», ha promosso l’architettura come risultato di una storia e di un ambiente locale, parallelamente alle posizioni di altri maestri dell’architettura milanese come Piero Bottoni, Gio Ponti e Vico Magistretti. Il fermento del contesto milanese negli anni Cinquanta del Novecento si intreccia alle dinamiche dell’architettura brutalista, in un nuovo senso di responsabilità sociale che guida al rinnovamento dei canoni del Movimento Moderno.

Istituto Marchiondi Spagliardi (1953-1958): architettura dall’estetica brutalista a Milano

L’Istituto Marchiondi Spagliardi, centro di educazione per il supporto e la cura di minori fragili, è stato realizzato su disegno dell’architetto Vittoriano Viganò nel quartiere milanese di Baggio. L’edificio è un’architettura brutalista per l’interazione tra strutture e linguaggio architettonico. Il cemento armato è stato lasciato a vista, in una composizione espressiva di spazi di socializzazione e ambienti per l’attività pedagogica.

Vittoriano Viganò, Istituto Marchiondi Spagliardi, 1953-58 © Urbanfile

Torre Velasca (1950-1961): verso una rigenerazione figurativa

La Torre Velasca è stata inaugurata nel 1961, dopo un iter di circa dieci anni, su progetto dal gruppo di architetti BBPR (Banfi, Belgiojoso, Peressutti, Rogers), con la collaborazione dell’ingegnere Alberto Danusso. Si trattava di un edificio a destinazione mista commerciale e residenziale, da insediare su un’area centrale danneggiata dai bombardamenti angloamericani. Il fronte murario, rivestito da panelli prefabbricati in graniglia di marmo e clinker, è “brutalista” per la sua forza evocativa, in dialogo con due preesistenze del tessuto storico: la torre filaretiana della Ca’ Grande, oggi sede dell’Università Statale di Milano, e la chiesa romanica di San Nazaro. I costoloni reggono uno sbalzo che conferisce un aspetto di torre fortificata, accentuato anche dalla copertura a quattro falde, da cui fuoriescono i camini e i condotti tecnologici.

BBPR, Torre Velasca, Milano, 1950-61 © David Orban (CC BY 2.0)

Torre al parco (1953-1956) e Palazzo INA (1953-58): nuove sperimentazioni sull’abitare moderno

A destinazione prevalentemente residenziale, la Torre al parco in via Revere è stata progettata da Vico Magistretti tra il 1953 e il 1956. La combinazione di alloggi dai diversi schemi distributivi ha dato vita ad un organismo dalla forte variabilità volumetrica, rivestito in graniglia di serizzo e granito in due toni di grigio. La libertà compositiva delle facciate ha trovato negli elementi aggettanti dei balconi verso Parco Sempione un miglioramento dell’esperienza abitativa moderna. Altrettanta qualità architettonica è stata cercata nel complesso residenziale del quartiere Harar, progettato negli stessi anni da Luigi Figini, Gino Pollini e Gio Ponti.

Vico Magistretti, Torre al parco, 1953-56 © Paolo Monti (CC BY-SA 4.0)

Il Palazzo INA è stato pensato dall’architetto Piero Bottoni in continuità con l’approccio perseguito nel Palazzo Argentina (1947-1949). La ricerca è stata focalizzata intorno al problema sociale dell’abitare. Il complesso edilizio è stato articolato in due volumi: un corpo dallo sviluppo verticale a destinazione residenziale, e un elemento orizzontale contenete le destinazioni commerciali. La relazione tra spazio pubblico e privato è stata interpretata dall’architetto attraverso una successione di spazi modulati per dimensione, colore e tipologia, che si traduce nel rapporto tra contesto urbano ed edificio.

Piero Bottoni, Palazzo Argentina, 1947-49 © Dossier Cultura HD

 

Andrea Zanin

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