L’architettura brutalista ha rappresentato, a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, una fase di revisione del Movimento Moderno su scala globale. La risposta allo scenario post-bellico si è identificata in un rinnovato impegno dell’architetto nei confronti della società e delle esigenze urbane, ispirando una nuova figurazione che trascende l’estetica totalizzante basata sull’utilizzo del cemento armato a vista.

Dall’Unité d’habitation al cluster block

Nell’articolo The New Brutalism, pubblicato nel 1955 sulla rivista «The Architectural Review», il critico Reyner Banham ha formalizzato il termine in riferimento a un’etica progettuale in uso nell’Inghilterra dei primi anni Cinquanta. Le sperimentazioni inglesi che hanno visto protagonisti gli architetti Alison e Peter Smithson sono dialetticamente legate ai principi dell’Unité d’habitation di Marsiglia di Le Corbusier, completata nel 1952. L’estetica del béton brut, il cemento armato lasciato a vista, ripresa dagli Smithson, è stata accompagnata da un rinnovato senso di responsabilità sociale. Primo esempio della loro nuova architettura è la scuola di Hunstanton (1949-54): l’esposizione della struttura, la valorizzazione dei materiali, l’espressione degli elementi tecnici, hanno chiarito le costanti rintracciabili negli edifici brutalisti di epoca successiva. Nel progetto per il complesso residenziale dei Robin Hood Gardens di Londra del 1972, gli Smithson hanno organizzato le unità abitative in due stecche in cemento armato di forma irregolare. I percorsi (street-decks), pensati come ambienti di relazione, hanno generato il cluster. Il concetto di cluster, assimilabile all’idea morfologica del grappolo, ha indicato un modello specifico di associazione in sostituzione di concetti quali “casa, strada, distretto” che facevano riferimento invece a una condizione di suddivisione della comunità. Questa configurazione è derivata da studi per assetti urbani innovativi precedentemente presentati nello schema della Cluster City (1953), in contrapposizione alla città modello della Ville Radieuse corbuseriana (1930).

Le Corbusier, Unité d’habitation, Marsiglia, 1947-52 © ROBERT
Alison e Peter Smithson, complesso residenziale Robin Hood Gardens, Londra, 1972 © seier+seier (CC BY-NC 2.0)

La diffusione del brutalismo: tra etica ed estetica

Durante il nono CIAM tenutosi ad Aix-en-Provence nel 1953, il cluster è diventato materia di dibattito internazionale all’interno del Team Ten composto, tra gli altri, oltre agli Smithson, dall’architetto olandese Aldo Van Eyck e dall’italiano Giancarlo De Carlo.

In questo periodo, in Gran Bretagna, Denys Lasdun è stato l’autore del cluster block a Bethnal Green (1954). La sua opera londinese ha incarnato i principi della nuova architettura brutalista, nel tentativo di stabilire una nuova immagine di comunità. Rifiutando la lastra monolitica, l’architetto ha posizionato la circolazione verticale e gli impianti di risalita in un nucleo centrale, mentre le unità abitative sono state collocate in quattro volumi autonomi legati al core mediante dei ponti.

Denys Lasdun, cluster block, Benthal Green, Londra, 1954 © Simon (CC BY 2.0)

In Italia, Giancarlo De Carlo è stato il progettista, tra il 1962 e il 1983, dei Collegi universitari di Urbino. I corpi edilizi, dall’architettura essenziale in mattoni e cemento armato, hanno assecondato la morfologia del terreno in un nuovo paesaggio antropizzato. De Carlo ha connesso i terrazzamenti con una fitta rete di percorsi sopraelevati e sotterranei, dando vita a un’architettura comunitaria e partecipata, successivamente ripresa nel Villaggio Matteotti di Terni (1970-75).

Giancarlo De Carlo, Facoltà di Magistero, Urbino, 1968-76 © Limoncellista (CC BY-SA 3.0)

Nel periodo tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento, la riflessione sull’umanizzazione dello spazio urbano e sulla sua riorganizzazione in relazione alle necessità sociali ha trovato come nuovo terreno di sperimentazione le grandi città dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina.

L’architetto e urbanista giapponese Kenzo Tange, è stato l’interprete di un’architettura affine al brutalismo. Alla fine degli anni Sessanta è stato l’autore del piano di ricostruzione della città di Skopje, capitale della Repubblica Socialista di Macedonia distrutta da un terremoto nel 1963. L’impianto urbano è regolato da una megastruttura residenziale in cemento armato, il city wall, applicazione di un modello di organizzazione sociale del movimento metabolista giapponese.

Kenzo Tange, modello della nuova città di Skopje, 1966 © Spomenik Team (CC BY-SA 4.0)

Esempi di architettura brutalista sono stati rintracciati anche nei Paesi del blocco sovietico, tuttavia più vicini al linguaggio estetico che agli ideali di Alison e Peter Smithson.

In Brasile, nella città di San Paolo, la progettista italiana Lina Bo Bardi ha ideato il centro culturale SESC Pompéia (1977-86). Si trattava del recupero di una vecchia industria di fusti metallici, da riconvertire in un polo di strutture per praticare sport e attività culturali. Agli edifici esistenti, Lina Bo Bardi ha accostato tre torri in cemento armato di differente geometria, collegate da passerelle aeree. L’attenzione per il contesto sociale è stata tradotta in figure architettoniche riconoscibili e sincere, innestate nel tessuto locale paulista. Andrea Zanin

Lina Bo Bardi, SESC Pompéia, 1977-86, San Paolo del Brasile © Fernando Stankuns (CC BY-NC-SA 2.0)

 

 

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