Man Ray è stato tra i primi a trasformare la fotografia in vera opera d’arte. L’artista, il cui vero nome era Emmanuel Radnitzky, non fu però un semplice genio della fotografia. L’artista dimostrò la propria versatilità nel campo della scultura, del disegno e del cinema, sempre dimostrando la sua grande passione per la sperimentazione.

Man Ray
Ritratto dell’artista a Parigi. By Carl Van Vechten – Van Vechten Collection at Library of Congress, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=28953

L’origine del nome “Man Ray”

Man Ray è lo pseudonimo di Emmanuel Radnitzky. Questo nome d’arte significa letteralmente “uomo raggio” e deriva dall’abbreviazione dei suoi soprannomi e da un gioco di lettere, incluse nel nome originale. L’artista si firmò come “Man Ray” a partire dal 1912.

Le origini russe

Man Ray nacque a Filadelfia il 27 agosto 1890, da una famiglia di immigrati russi di origine ebraica: il padre di origine ucraina e la madre bielorussa. Nel 1897 si trasferì con la famiglia a New York dove frequentò corsi di disegno, lavorò come disegnatore e grafico mentre visitava i musei e le gallerie d’arte. Fin da giovane mostrò un forte interesse per la cultura classica e per gli artisti contemporanei americani e europei.

Terminate le scuole superiori, presso la Boys High School di Brooklyn, che frequentò dal 1904 al 1909, nonostante avesse ottenuto una borsa di studio in architettura, abbandonò gli studi per dedicarsi all’arte. Non incominciò però subito come fotografo, ma soprattutto con disegni e pittura.

Man Ray incontra la fotografia

L’incontro con la fotografia di Man Ray avvenne grazie alla frequentazione della Galleria 291 che Alfred Stieglitz aveva aperto insieme al fotografo Edward Steichen in Fifth Avenue. Si trattava di un punto di incontro per gli artisti e gli intellettuali del tempo. Così nel 1914, acquistò la sua prima macchina fotografica.

Questa macchina fotografica fu per lui, in prima istanza, uno strumento per fotografare, e quindi poi catalogare, le sue opere non soddisfatto del lavoro che facevano i fotografi di mestiere. In seguito il fotografare diventò invece la parte preponderante della sua ricerca artistica, che più tardi sintetizzerà dicendo: “Io fotografo quello che non posso dipingere; dipingo quello che non posso fotografare”.

Man Ray surrealismo
Man Ray surrealismo. By Source: here © The Museum of Modern Art, New York, Fair use, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=11938922

Il primo matrimonio e la rivista dadaista The Ridgefield Gazook

Man Tay sempre nel 1914, a venticinque anni, sposò la poetessa belga Adon Lacroix da cui divorzierà cinque anni dopo. La moglie posò spesso per lui ad esempio per “Adon Lacroix”, un inchiostro di china del 1914.

Ancora nello stesso anno fondò la prima rivista americana dadaista The Ridgefield Gazook che uscì per un solo numero, di cui non è rimasta nemmeno una copia: quattro pagine con sue illustrazioni e testi di sua moglie.

Man Ray, Duchamp e la Society of Independent Artists

Nel 1915, conobbe Marcel Duchamp con cui, insieme al collezionista Walter Conrad Arensberg che glielo aveva presentato, fondò la Society of Indipendent Artists. Rimase amico di Duchamp tutta la vita proseguendo spesso insieme una comune ricerca artistica dalla quale nacquero fotografie importanti come “La tonsure” e “Elevage de poussiére” che segneranno l’arte del XX secolo.

“Tonsure”

“Tonsure” è una fotografia di Man Ray, scattata nel 1919, che ritrae Duchamp di spalle con la nuca rasata. Tante le chiavi di lettura di un’opera a tratti dissacrante: innanzi tutto la tonsura stessa che, per sua stessa definizione, era un rito sacro che sanciva il momento in cui, nella Chiesa, un uomo rinunciava al mondo, alla vita laicale per entrare in uno stato nuovo, ma anche la stessa è simbolo di illuminazione e la testa infine è la sede del pensiero.

“Elevage de poussiére”

“Elevage de poussiére” fu pubblicata la prima volta nel 1922 con la didascalia “Vista ripresa da un aeroplano” e presto diventò iconico oggetto di studi.

Probabilmente l’opera nacque da una lastra di vetro nello studio di Duchamp su cui la polvere si era accumulata per mesi e che poi Ray Man fotografò. E tutto in questa fotografia può essere letto in più modi: può sembrare un campo di battaglia, ma anche solo un mucchio di polvere; è una veduta dall’alto o un primo piano. E poi chi è l’autore? Marcel Duchamp o di Ray Man?
E forse per questa ambiguità in molti vedono in quest’opera il momento di passaggio tra la fotografia come documento e fotografia come opera d’arte.

Man Ray, Duchamp e gli scacchi

Man Ray e Marcel Duchamp avevano in comune, tra le altre cose una grande passione per gli scacchi. E man Ray ideò una scacchiera dove al posto dei quadrati bianchi e neri c’erano le immagini dei maggiori artisti surrealisti, fra cui egli stesso: Breton, Ernst, Dalí, Arp, Tanguy, Char, Crevel, Eluard, De Chirico, Giacometti, Tzara, Picasso, Magritte, Brauner, Peret, Rosey, Miro, Mesens, Hugnet.

Man Ray Salvador Dali
Man Ray e Salvador Dali
a Parigi. By Van Vechten, Carl, 1880-1964, photographer – This image is available from the United States Library of Congress’s Prints and Photographs divisionunder the digital ID cph.3a42853.This tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information., Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=560540

Le aerografie di Man Ray

Nel 1919 Man Ray dipinse le sue prime aerografie, una tecnica sviluppatasi alla fine dell’Ottocento che si avvaleva dell’aerografo, uno strumento con cui si spruzzano vernici di vario tipo nebulizzandole tramite aria compressa.

Il Dadaismo a New York

Man Ray a New York, sempre insieme a Marcel Duchamp, cercò a lungo di introdurre il movimento dadaista anche con la pubblicazione del numero unico “New York Dada”, ma con scarsi riscontri che sintetizzò dicendo che “il Dada non può vivere a New York”.

Man Ray e il successo a Parigi: tra dadaismo e surrealismo

Nel 1921 Man Ray seguì l’amico Duchamp a Parigi dove incontrò i più famosi artisti del tempo. Qui venne apprezzato moltissimo soprattutto per i suoi ritratti fotografici da tutto un mondo artistico e culturale che viveva, tra Dadaismo e Surrealismo, un momento molto vivace. Si trattava di ritratti di persone a lui vicine, dall’amico Duchamp alle sue compagne, ma anche di tanti personaggi famosi da Andrè Breton a Salvador Dalì a Le Corbusier a Ernest Hemingway a moltissimi altri.  Sono gli anni di “Noire et Blanche” e “Le Violon d’Ingres”.

Nel 1925, partecipò alla prima esposizione surrealista alla Galleria Pierre insieme con artisti come Joan Mirò e Picasso. Parallelamente pubblicava le sue fotografie per alcune grandi riviste di moda, e in particolare su Vogue.

Noire et Blanche, 1926, By Man Ray – https://www.christies.com/lot/lot-man-ray-1890-1976-noire-et-blanche-1926-6105841/, PD-US, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=72600239

Noire et Blanche e l’influenza di Brancusi

Brancusi era ormai un artista noto quando conobbe Man Ray. Tra lo scultore e il fotografo surrealista si instaurò una profonda e duratura amicizia.

Man Ray rimase sempre attaccato alla prima parte della carriera di Brancusi, che continuò a citare per tutta la sua vita. Già nel 1914 è evidente l’influenza del primitivismo nello scatto intitolato “La lune brille sur l’île de Nias”.

L’influenza e la citazione di Brancusi diventa palese nel celebre scatto “Noire et Blanche” del 1926. Il fotografo surrealista ritrasse la modella e compagna Kiki de Montparnasse insieme a una testa di statua africana nera che ricorda fortemente l’opera Musa addormentata di Brancusi. Non solo, la posizione stessa della modella riprende quella dell’opera, mentre la testa africana sostenuta dalla ragazza risulta eretta. In questo modo il fotografo ribalta la realtà e l’ordine “delle cose”, congelando un gioco di sensi e letture tipiche della fotografia surrealista. La fotografia comparve per la prima volta sul Vogue (1926)  con il titolo “Visage de nacre et masque d’ébène” prima di essere richiamata nel 1928 con il celebre titolo che noi ancora adesso conosciamo “Noire at Blanche”.

Man Ray e Violon d’Ingres

Le Violon d’Ingres  è una fotografia in bianco e nero di Man Ray pubblicata nel giugno 1924 sulla rivista surrealista Littérature. La modella Kiki de Montparnasse  è ritratta di spallenuda fino a sotto la vita, in modo che il suo corpo restituisca l’immagine di un violino. Il titolo è un omaggio al dipinto The Valpicon Bather del pittore Jean-Auguste-Dominique Ingres (1780-1867), un esponente della pittura romantica, che suonava il violino per hobby. Quindi, omaggio a Ingres, ma anche come rilevato da Kirsten Hoving anche “il suo desiderio di deridere la tradizione”.

Man Ray
Le Violon d’Ingres (Ingres’s Violin), 1924. By Man Ray – https://www.getty.edu/art/collection/object/104E4A, PD-US, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=72126985

Man Ray e la moda

A Parigi Man Ray venne in contatto con il mondo della moda e soprattutto divenne amico dello stilista Paul  Poiret. Era una celebrità, noto soprattutto per avere liberato le donne dalla schiavitù del corsetto, ma anche per il modo nuovo di vendere il prodotto “moda” con la pubblicazione dei suoi “bozzetti” o sfilate itineranti in tutta Europa. Proprio per questo lo stilista incoraggiò l’artista a lavorare come fotografo di moda per riviste come Harper’s Bazaar, Vogue, Femina e Vanity Fair che stavano incominciando a dedicare sempre più spazio alla fotografia. Man Ray riuscì così a ritagliarsi un proprio spazio anche grazie alle “solarizzazioni”.

Man Ray e le solarizzazioni

Le solarizzazioni sono una nuova tecnica a cui giunse con la collaborazione anche di Lee Miller. Ciò gli permetteva “accendendo la luce nella camera oscura prima del completo sviluppo dell’immagine” di creare sfruttando quell’alone di luce intorno alla figura giocando sul quale veniva data  alla fotografia di moda anche una valenza artistica. E questo diventa quanto mai evidente se pensiamo a una delle fotografie che identificano la sua arte: “Les Larmes”.

La schiena delle donne in Man Ray

Tante furono nelle opere di Man Ray le figure di donna riprese spesso di schiena e delle donne che lo ispirarono e che divennero le sue muse se ne innamorò sempre.

Nell’artista in questo modo la sensualità sposò sempre l’ironia e il surrealismo.

Le modelle di Man Ray

Tantissime e celebri furono le modelle di Man Ray. Questi ritratti dopo la sua morte furono persino catalogati dal Centre Georges Pompidou in un libro nel libro “Man Ray, Portraits: Paris – Hollywood – Paris, in cui ognuno del 500 ritratti è accompagnato da un commento.
Tra le tante modelle vanno senz’altro annoverate anche la poetessa Lacroix e Kiki de Montparnasse, ripresa anche nella foto in bianco e nero testa reclinata sul tavolo e una maschera africana nella mano sinistra che fu pubblicata per la prima volta sulla rivista parigina Vogue il primo maggio del 1926. Si tratta delle “prime” modelle preferite. Poi venne il turno di Berenice Abbott che nel 1923 l’artista la assunse come assistente alla camera oscura del suo studio perché voleva qualcuno che non conoscendo niente di fotografia facesse solo quello che gli veniva detto.

Anche importanti artiste divennero sue modelle. Così nel 1934, la celebre artista surrealista Meret Oppenheim, che compare in una serie di foto che la ritraggono nuda in piedi vicino a un torchio da stampa. Ma anche Bridget Bate Tichenor, del cui padre Ray era grande amico, o la fotografa surrealista Lee Miller.

Lee Miller, non solo modella

Arrivò poi, da New York, Lee Miller così bella che di lei Man Ray dirà che camminava “in un’aura audace e luminosa”. Fu un grande amore. Nonostante lei non accettò mai di sposarlo si trasformò in un’amicizia che durò tutta la vita. E quando, lei così bella, decise di fare qualcosa che andava oltre la sua bellezza entrando nell’esercito degli Stati Uniti come corrispondente di guerra, fu lui l’autore del bellissimo scatto che la ritrae in divisa. Man Ray le rimase vicino quando dopo avere documentato la liberazione di Parigi e i campi di concentramento di Buchenwald e Dachau, cadde in una profonda crisi psicologica da cui non si risollevò mai. Man Ray la amò così tanto che quando lei lo lasciò lui fece un’opera drammatica, fotografandosi con un cappio al collo e una pistola puntata alla tempia: il “Suicidio.

Il secondo matrimonio di Man Ray con la modella Juliet Browner

Juliet Browner, ballerina e modella del Bronx per vari pittori dell’espressionismo astratto ebbe un ruolo importante nella ricerca di Man Ray. I due si incontrarono in un nightclub di Los Angeles nell’autunno del 1940 e si sposarono sei anni dopo, nel 1946, in una doppia cerimonia con i loro amici Max Ernst e Dorothea Tanning.

Juliet e Man Ray vissero poi insieme tutta la vita in uno studio a Parigi nei pressi dei Giardini del Lussemburgo. Questo rapporto nato quasi per caso fu il più duraturo e sincero: così vicini furono sepolti nel cimitero di Montparnasse a Parigi.

Di lei “Il suo volto, il suo corpo, i suoi abiti, le sue espressioni e la sua comunicazione posturale sono per me una fonte interminabile di sapere e conoscenza”.

Cinquanta sue foto sono state pubblicate in seguito in un libro, pubblicato da Carlo Cambi in collaborazione con la Fondazione Marconi.

Man Ray e i ready made: il ferro da stiro “Cadeau” e “Oggetto da distruggere”

Man Ray è anche noto per i suoi famosi e iconici ready-made, che lo avvicinarono anche alla stessa poetica di Duchamp.
In questi anni venne esposta per la prima volta, presso la Librarie Six di Soupault la sua famosa opera “Cadeau”. L’opera è una sorta di ready-made, realizzato con un ferro da stiro in ghisa su cui erano stati incollati quattordici chiodi. Di quest’opera Man Ray realizzò il primo esemplare nel 1921, che fu rubato alla sua prima mostra a Parigi, poi ne replicò altri nel 1963, nel 1970 e nel 1972.

Vale la pena di citare “Oggetto da distruggere”, un metronomo con la fotografia di un occhio di cui non abbiamo più l’originale perché è andato perduto perché si dice un visitatore avesse preso alla lettera il titolo.

Man Ray
‘Cadeau’ di Man_Ray, 1921. By Wmpearl – Own work, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19807559

Readi made di Duchamp e Man Ray a confronto

In ogni caso anche quest’opera era l’esempio di un “ready made modificato”. Non “L’orinatoio” di Duchamp, preso come è, ma un ferro da stiro o un metronomo a cui l’artista aggiunge qualcosa trasformandoli in “oggetti d’affezione”.

La differenza tra i ready-made dei due artisti si ritrova proprio nella fondamenta della loro arte: quelli di Man Ray sono meno concettuali in quanto nascono da posizioni surrealiste. L’oggetto infatti era sempre “elaborato” per significare altro da sé, piuttosto che “esser accettato” in sé quale opera d’arte.

I “rayographs”

Nel 1922 Man Ray produsse i suoi primi fotogrammi, ‘rayographs’, immagini fotografiche ottenute poggiando oggetti direttamente sulla carta fotosensibile, secondo una tecnica a cui era giunto un anno primo in modo casuale. Mentre stava sviluppando alcune fotografie in camera oscura, un foglio di carta vergine, accidentalmente, finì in mezzo agli altri. Dato che continuava a non comparirvi nulla, poggiò, piuttosto irritato, una serie di oggetti di vetro sul foglio ancora a mollo e accese la luce.

I cortometraggi e il cinema di Man Ray

Tra le tante forme artistiche sviluppate da Man Ray c’è senz’altro anche il cortometraggio, derivante da una grande fascinazione che l’artista provava nei confronti del cinema.

Nel 1923, girò il cortometraggio “Le retour à la raison”. Questo suo primo lavoro, che pare fosse stato realizzato in una sola notte, fu presentato il 6 luglio 1923 presso il teatro Michel nella serata ufficiale del Dadaismo. L’artista riprese oggetti di uso comune trattati attraversi la rayografia con forme di carta che proiettavano giochi di luci e ombre e il corpo nudo di Kiki de Montparnasse.

Da segnalare tra i corti più famosi anche “Anemic Cinema” o “Anémic Cinéma”, film sperimentale Dada/surrealista del 1926. L’opera venne realizzata insieme a di Marcel Duchamp (accreditato al suo alter ego, Rrose Sélavy) e Marc Allégret. Nel 1938 una copia venne acquisita dal MoMA di New York.

Gli anni Trenta a Parigi

Negli anni ’30 Man Ray ebbe l’occasione di fotografare una serie di modelli matematici mentre era in visita, con il suo amico Max Ernst, all’ Institut Poincaré di Parigi – un istituto di ricerca di matematica. L’artista spiegò che lavorò “aggiungendo il colore, ignorandone l’intento matematico e introducendo talvolta una forma estranea, come una farfalla o la gamba di un tavolo. “Ne preparai una quindicina e intitolai la serie Shakespearean Equations, a ogni singolo dipinto diedi poi il titolo di una commedia di Shakespeare, il primo che mi passava per la mente”.

Gli anni a Parigi furono quindi fonte di ispirazione e grandi soddisfazioni all’artista. Ma erano anche anni difficili in Europa, con totalitarismi, antisemitismo e tensioni sociali sempre più forti. Questa inquietudine prende forma nel grande dipinto “Bel tempo” (284,5×274,3) del 1939. Tanti sono gli elementi distonici che contraddicono un titolo che parrebbe un preannuncio di serenità: il toro e l’alligatore, un buco della serratura da cui scorre sangue.

La seconda guerra mondiale e la “parentesi” americana

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, in quanto di famiglia ebraica, dovette rientrare negli Stati Uniti. Visse prima a New York e poi a Los Angeles.

In questo periodo insegnò fotografia e pittura in un college, espose in varie mostre le sue fotografie, fra cui anche alla galleria di Julien Levy di New York.

Gli ultimi anni di Man Ray

Finita la seconda guerra mondiale, Man Ray tornò a Parigi, dove visse fino al giorno della sua morte, anche se con frequenti ritorni negli Stati Uniti. In Francia l’artista continuò a dipingere e a fare fotografie, alcune delle quali divennero molto famose. Basta pensare alla foto che nel 1968 fece a Catherine Deneuve, ripresa con degli indimenticabili orecchini a spirale.

Nel 1975 espone le sue fotografie alla Biennale di Venezia.

La morte

Il 18 novembre 1976 morì a Montparnasse dove tornava sempre e dove fu sepolto in una tomba in cui l’epitaffio dice: “Noncurante, ma non indifferente.”

Il 26 marzo 2019 la sua tomba e quella della moglie, la ballerina Juliet Browner fu devastata. La lapide fu vandalizzata con rottura della stele e della sua fotografia, tutto distrutto mentre quelle vicine non vennero minimamente toccate. Per tale ragione venne anche ipotizzato la matrice antisemita del gesto.

Quanto vale una fotografia di Man Ray?

Man Ray
Man Ray Larmes, 1932. By https://www.getty.edu/art/collection/objects/37756/man-ray-larmes-tears-american-about-1932/, Fair use, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=67027918

Le opere di Man Ray hanno avuto un crescendo di apprezzamento sia di pubblico sia di mercato.

La stampa originale di Violon d’Ingres, ha raggiunto, il 14 maggio 2022, per $ 12.400.000.
Les Larmes”, una fotografia in bianco e nero del 1930-1932, ideata come pubblicità di un mascara. Già nel 1995 l’opera era valutata tra i $ 200.000 e i $ 250.000.
La stampa di Kiki de Montparnasse è stata venduta per $ 3.131.533 l’8 novembre 2017 Parigi.

Le mostre di Man Ray in Italia

Tra le tante mostre dedicate a Man Ray in tutto il mondo, segnaliamo quella in corso a Genova. Aperta al Palazzo Ducale, la mostra offre un affascinante e ricca raccolta – oltre trecento opere –  realizzate tra il 1912 (anno in cui assunse il nome Man Ray) e il 1975.

L’artista sarà anche protagonista fino a luglio a Milano della nuova mostra al Museo Mudec dal titolo “Dalí, Magritte, Man Raye il Surrealismo. Capolavori dal Museo Boijmans Van Beuningen”.

Sabino Maria Frassà

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