DIALOGHI IN GIARDINO

A CURA DI GUIDO PIACENZA

 

 

Poesia di Natale
in una notte magica

Quella sera della vigilia di Natale di oltre 50 anni fa c’era un po’ di neve in giardino. Era caduta la notte prima. Per fortuna il giorno precedente mio padre mi aveva portato su per la via Delleani sino alla chiesetta di San Barnaba dove, in una riva ombrosa rivolta a nord tra frassini e ontani, potemmo coglier un po’ di muschio per il presepe. Verso le tre uscii di casa dopo aver sistemato, con pazienza, le lucine nelle due case, nell’osteria e nella grotta della Natività. Passai dal cortile, una merla volò dall’edera sulla pensilina. Si stava cibando delle bacche prima di metter la testa sotto l’ala per la notte. Sapevo già del suo atteggiamento guardingo. Se le avessi mostrato il viso per guardarla, sarebbe volata via, invece guardando per terra lei se ne stette lì ferma per poi tornare dov’era prima. Il giardiniere aveva già chiuso la grande serra in stile Liberty scaldata a carbone. Dentro era rimasto un pettirosso.  Chissà, forse conscio di passar una notte meno fredda e senza predatori. Presi con me una forbice e un cestino, chiusi piano la porta per non inquietar l’uccelletto e mi diressi all’agrifoglio vicino alla magnolia per coglier qualche rametto ben baccato per adornare il lampadario in ferro battuto della sala da pranzo dove, dopo la Messa di mezzanotte, la famiglia si sarebbe riunita per banchettare in allegria. Sulla Cryptomeria japonica, una conifera sempreverde del Giappone, notai alcuni lugherini che muovevano le fronde, più in giù verso l’orto, un ciuffolotto nelle deutzie emetteva il suo melancolico richiamo. Mentre mi dirigevo verso il fondo del giardino sentii sopra la mia testa il verso delle cesene. Sapevo dove andare a scovarle, nel frutteto, anzi, nel meleto, insieme a qualche merlo. Sono turdidi (della famiglia dei tordi) assai timorosi che volan via senza lasciarsi avvicinare. Frequentano il nord Europa e io le notavo in Scandinavia quando mi recavo per lavoro d’estate. Ormai il sole tramontava e le ballerine bianche dal tetto di casa si tuffavano nei lauri (non allori). In quest’ultimi ci andavano i verdoni e i fringuelli nelle aucube mentre quantità di passeri domestici (non mattugie) animavano il siepone di bambù che costeggia una strada. Ormai si faceva notte e da lontano guardai la mia casa illuminata con alle spalle la montagna bianca. Provai un senso di gioia e di tranquillità. Là c’era un andirivieni di cinque fratelli, mia madre, mio padre, lo zio pittore che viveva con noi e i domestici che provenivano dalle zone più povere del Veneto. Ricordo che l’Eugenia mi raccontava di quando non riuscivano a prender sonno “perché la pancia la s’era vuota”. Dopo pochi minuti mi stavo cambiando le scarpe per entrare in casa. Sentivo il bisogno del calore della famiglia, di entrar dentro in quello che succedeva, mio padre che scendeva giù dove c’era la caldaia a carbone perché c’era qualche problema mentre mi mandava in cantina a prender due bottiglie per il fuochista della nostra fabbrica che gentilmente era venuto a risolvere il problema.