Thomas Jefferson, architetto a Monticello

La villa di Monticello, progettata da Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti

La tenuta di Monticello si trova in cima a collina nella contea di Albemarle, in Virginia, non lontano dal luogo di nascita di Thomas Jefferson, il suo artefice e residente più importante, che ha trascorso oltre 40 anni a progettare, costruire, smantellare e ripensare un progetto architettonico che egli stesso ha definito “il mio saggio di architettura”. Si tratta di un aneddoto che di per se’ non sembrerebbe di particolare rilevanza, ma che la assume non appena si aggiungono un paio di particolari…. Thomas Jefferson non era infatti un architetto professionista o un benestante con in testa l’idea di una casa dei sogni da realizzare, ma è stato il terzo Presidente degli Stati Uniti, tra i più ferventi promotori della rivoluzione americana oltre che autore della Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776 e uno dei fondatori del Partito Democratico Repubblicano. A tutti gli effetti è considerato uno dei padri fondatori degli Stati Uniti. E per quanto riguarda Monticello, la tenuta è uno dei capolavori dell’architettura americana e patrimonio dell’Umanità Unesco dal 1987. Questa casa è considerata un tesoro nazionale americano non solo per la sua qualità architettonica e il suo significato storico, ma anche per ciò che rivela sul terzo presidente degli Stati Uniti, una figura complessa e controversa la cui filosofia politica ha plasmato fondamentalmente lo spirito della nazione. Come scrisse Franklin D. Roosevelt, alla Casa Bianca dal 1933 al 1945., “più di qualsiasi altra casa storica in America, Monticello mi parla come espressione della personalità del suo costruttore”.

Thomas Jefferson, patriota e architetto

Nato il 13 aprile 1743, Thomas Jefferson crebbe a Shadwell, una delle più grandi piantagioni di tabacco della Virginia. All’età di 21 anni, ereditò diverse migliaia di acri di terra che comprendevano la tenuta di famiglia e il suo luogo preferito da ragazzo: una vicina collina chiamata Monticello, che prendeva il nome dall’italiano, dove decise di costruire la sua dimora. Nel 1768, un anno dopo che il futuro presidente fu ammesso all’ordine degli avvocati della Virginia, gli operai iniziarono a scavare il terreno sul sito, iniziando un processo decennale che avrebbe affascinato Jefferson, mandato in bancarotta la sua famiglia e prodotto uno dei capolavori architettonici più iconici e storicamente significativi d’America.

Monticello di Thomas Jefferson: un capolavoro dell’architettura americana ispirato al Palladio e al neoclassicismo europeo

Monticello, la dimora creata da Thomas Jefferson. Foto di CyberXRef – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31002169

A quei tempi, era comune per i proprietari terrieri scegliere un progetto per la loro casa da un manuale di architettura inglese; un appaltatore avrebbe poi supervisionato il progetto dall’inizio alla fine. Ma questo particolare proprietario terriero era Thomas Jefferson, uomo ricco di passioni che spaziavano dalla filosofia politica dall’archeologia alla linguistica, senza dimenticare la musica, la botanica, il bird watching e la produzione di pasta. Ricordato soprattutto per aver redatto la Dichiarazione d’Indipendenza, Jefferson è stato l’autore del progetto per la villa in stile neoclassico di Monticello, gli annessi, i giardini e i terreni. Anche se non aveva una formazione accademica, aveva letto molto sull’architettura, in particolare quella dell’antica Roma e del Rinascimento italiano. In particolare, l’influenza di Andrea Palladio, architetto veneziano del 500, è particolarmente evidente nell’impianto geometrico dei volumi e nell’imponente pronao con colonne e frontone dell’ingresso principale che espande l’architettura verso il giardino e nella cupola che corona l’edificio, la prima costruita negli Stati Uniti… Anni dopo, sarebbe diventato un architetto affermato i cui progetti includevano il Campidoglio della Virginia e gli edifici principali dell’Università della Virginia. Monticello era unico non solo nel suo design ma anche nell’uso delle risorse locali. In un’epoca in cui la maggior parte dei mattoni era ancora importata dall’Inghilterra, Jefferson scelse di modellare e cuocere i propri mattoni con l’argilla trovata nella proprietà. I terreni di Monticello fornivano la maggior parte del legname, della pietra e del calcare, e persino i chiodi usati per costruire gli edifici erano prodotti in loco. 

La struttura finale, completata nel 1809, è un edificio di tre piani in mattoni con 35 stanze, 12 delle quali nel seminterrato, ognuna delle quali ha una forma diversa. Ci sono due ingressi principali: il portico est, che dà accesso alle porzioni pubbliche della casa, e il portico ovest, l’ingresso privato, che si apre sui vasti giardini della tenuta. Le finestre del secondo piano iniziano a livello del pavimento e sono unite alle finestre del primo piano in un unico telaio, il che dà l’impressione che ci sia un solo piano. Una cupola ottagonale centrale domina la struttura. Sotto di essa una balaustra continua corre intorno al bordo del tetto. I padiglioni francesi a un piano del XVIII secolo, ispirati a quelli dell’Hôtel de Salm, sono stati l’ispirazione per questo piano.

I giardini di Monticello 

L’orto dei giardini di Monticello foto di Battledp – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=52682257

 

Oltre che per la sua architettura, Monticello è famosa per i suoi vasti giardini, che Jefferson, appassionato orticoltore, progettò, curò e controllò scrupolosamente. Qui coltivava centinaia di varietà di frutta e verdura, usando tecniche di coltivazione che erano rivoluzionarie per il suo tempo. Conoscitore dei vini europei, Jefferson tentò anche di piantare un certo numero di varietà diverse di uva a Monticello; anche se le sue vigne non riuscirono in gran parte a prosperare, si fece una reputazione come primo serio viticoltore americano. Nel periodo in cui risiedeva a Monticello, Jefferson compilava il Garden Book, un diario nel quale teneva un registro della sua flora, così come degli insetti e delle malattie che li devastavano.

Marco Miglio