A Bologna luci accese su Alphonse Mucha, maestro dell’Art Nouveau

Alphonse Mucha a Bologna (Immagine fornita su copyright(c) 2018 Mucha Trust)
Alphonse Mucha a Bologna (Immagine fornita su copyright(c) 2018 Mucha Trust)

Tutta l’eleganza di Alphonse Mucha in mostra a Bologna

Enigmatico e raffinato, vate dell’Art Nouveau, rivoluzionario di fin-de-siècle: è Alphonse Mucha, esposto per la prima volta a Bologna in un’importante retrospettiva.

Nelle eleganti sale settecentesche di Palazzo Pallavicini prende vita un percorso espositivo organizzato da Chiara Campagnoli, Rubens Fogacci e Deborah Petroni in collaborazione con Mucha Foundation e con la curatela di Tomoko Sato. Il risultato è una mostra di 80 opere, di cui 27 esposte per la prima volta in Italia, dal taglio inedito e tutto da scoprire.

Che Mucha sia stato uno dei più importanti artisti della scena parigina a cavallo tra Ottocento e Novecento è infatti noto. Altrettanto vale per le sue celebri prestazioni grafiche, come ad esempio i cartelloni teatrali raffiguranti la somma Sarah Bernhardt. Ma chi era l’uomo che si celava dietro le style Mucha?

Nella mostra bolognese viene messo a nudo il suo percorso, illuminando le sue personali idee sull’arte e sull’estetica, entrambe legati al concetto di bellezza. D’altronde, chi pensa a Mucha pensa a forme sinuose, colori tenui e composizioni armoniose: opere permeate da uno stato di grazia difficilmente trascurabile. E che infatti diede vita all’Art Nouveau, uno dei movimenti artistici più eleganti del Novecento.

Un percorso a tutto tondo

Tre sono le tre sezioni tematiche della mostra: Donne – Icone e Muse, Le Style Mucha – Un Linguaggio Visivo e Bellezza – Il Potere dell’Ispirazione.

Da Gismonda, il primo manifesto disegnato per la superstar teatrale Bernhardt, ai manifesti pubblicitari per prodotti commerciali, immersi in un mondo di donne raffigurate in maniera sublime, i primi passi di Mucha si sublimano verso un nuovo concetto di arte come comunicazione della bellezza.

Merito, tra l’altro, anche dei manifesti ornamentali esposti nella seconda sezione. Gli elementi decorativi afferenti la natura, in particolare il mondo floreale, diventano infatti una forma d’arte democratica, per la prima volta consumata anche dalle famiglie meno abbienti.

Chiude il percorso una riflessione sugli ultimi anni dell’artista, rientrato in patria nel 1910 con chiari intenti di attivismo politico. Culminati, ça va sans dire, nell’opera Epopea Slava, un ciclo pittorico di venti tele narranti la storia slava dal III al XX secolo, intrise di un forte simbolismo.

Lasciarsi ispirare dall’armonia delle opere di Mucha nelle sale settecentesche di Palazzo Pallavicini è un’esperienza da fruire senza remore. C’è tempo fino al 20 Gennaio 2019 per fare un carico di bellezza straordinaria.

A volte maelström, a volte quieta sognatrice. Lettrice da una vita, lavoro nel mondo della musica ma sogno quello dell’editoria. Ognuno coi suoi tarli.