Memphis Post Design, intervista a Roger Selden

Da sinistra a destra, Malibù, Dado e Chicago. Vasi in ceramica di Roger Selden per Memphis Post Design

Roger Selden è un artista americano di fama internazionale, che dal 1971 lavora con la Galleria Naviglio Modern Art di Milano, con la quale ha organizzato più di 100 esposizioni in Europa e negli Stati Uniti. Ha realizzato inoltre mostre ai più importanti arte-fiere, tra le quali Art Basel, Fiac Parigi, Arte Fiera Bologna, Chicago Art Fair, Arco Madrid, Kholn Art Fair e Art Forum Zurich. 

Recentemente Roger Selden ha realizzato la nuova collezione Flip-Flop per Memphis Post Design. Il marchio con cui Memphis Milano produce le nuove collezioni. Composta da diversi modelli di vasi in ceramica e tappeti intrecciati a mano in edizione limitata (36 pezzi).

Villegiardini ha chiesto a Roger Selden di raccontarci questa interessante collaborazione.

Brooklin, tappeto annodato a mano,
Memphis Post Design (Foto Paolo Rinarelli)

Lei è un artista, pittore. Come ha iniziato a occuparsi di design?

Ogni tanto ho avuto incarichi, tramite i miei collezionisti, che mi hanno invitato a progettare oggetti di arte applicata. Ma sempre pezzi unici. La mia prima vera incursione nel mondo del design è stata con Ritzenhoff, in Germania. Per loro ho disegnato bicchieri, vasi e altre cose. In totale una cinquantina di oggetti.

 

 

 

E dal punto di vista più propriamente creativo qual è il suo rapporto col design?


Bart, vaso in ceramica, Memphis Post Design (Foto Paolo Rinarelli)


Io mi muovo in completa libertà. Non lavoro con un computer, ma faccio un disegno, proprio come quando dipingo, molto gestuale, informale. Poi se la cosa funziona, piace e va bene la tengo, altrimenti la butto via e ricomincio da capo. Invece, per quella che è la mia esperienza, il designer ha un altro approccio. È più condizionato dal metodo progettuale, che lo porta a formalizzare un’idea e a svilupparla, correggendola e affinandola per passaggi successivi. Il mio approccio è più spontaneo e immediato, quasi istintivo. Sono due modi completamente diversi di lavorare, entrambi validi naturalmente, ma che portano a risultati spesso molto diversi.

Dakota, tappeto annodato a mano,
Memphis Post Design (Foto Paolo Rinarelli)

Come è nata la collaborazione con Memphis?

Innanzitutto devo dire che i mobili e gli oggetti di Memphis mi è sono sempre piaciuti parecchio e in casa ne ho molti. Alberto Bianchi Albrici, il titolare, mi conosceva come artista. L’anno scorso ero alla galleria Post Design a vedere una mostra e proprio in quella occasione è nata l’idea di una collaborazione.

 

Cosa le hanno chiesto, nello specifico?

Carmel, vaso in ceramica, Memphis Post Design (Foto Paolo Rinarelli)


Inizialmente mi hanno chiesto se avessi mai disegnato tappeti. Cosa che in passato avevo fatto, ma unicamente per aziende che lavorano unicamente con artisti, come l’Atelier Tessile di Elio Palmisano, a Como. Subito dopo Alberto mi ha proposto di fare anche delle ceramiche. Ne avevo già fatte molte con Renato Cardazzo della Galleria dei Navigli, ma anche ad Albissola e Bassano del Grappa, nonostante si trattasse sempre di pezzi unici.

All’inizio sono sempre molto titubante, nell’accettare dei progetti di design. Ma visto l’entusiasmo di Alberto Bianchi Albrici per il mio lavoro, ho deciso di accettare. Io sono un tipo molto entusiasta e quindi ho iniziato subito a disegnare dei cartoni ed è nata la collezione Flip-Flop.

Cape Cod, tappeto annodato a mano,
Memphis Post Design (Foto Paolo Rinarelli)

Co
me si è sviluppato il progetto? Memphis ha una forte connotazione estetica e una storia molto importante. Come si è avvicinato a questa realtà, unica, quando ha iniziato a lavorare a una loro nuova collezione?

Io ero perplesso proprio per questo. Memphis ha un’immagine molto precisa e non volevo fare qualcosa in stile “Memphis”. Ma piuttosto presentare qualcosa che rispecchiasse quello che sono io, esprimere la mia estetica. Senza fare alcun riferimento ai designer storici del gruppo. Che stimo e conosco molto bene. Alberto Bianchi Albici ha accettato questa mia scelta, è stato coraggioso. Il progetto ha funzionato ed è stato accolto molto bene.

Fargo, vaso in ceramica, Memphis Post Design (Foto Paolo Rinarelli)


Qual è l’ispirazione creativa che ha sviluppato con questa collezione?
Quando in passato ho realizzato delle ceramiche, ero vincolato dagli stampi, che erano già definiti. Questo costituiva un forte vincolo per le mie idee creative. Invece in questo caso ho potuto sperimentare forme totalmente nuove per i vasi. Con la massima libertà, grazie anche al processo di stampa 3D, molto più versatile rispetto al tornio.

 

Quale può essere il contributo di un artista agli oggetti di design?

Credo che oltre alla maggiore libertà progettuale, in quanto l’artista fa quello che vuole, senza essere vincolato a un metodo preciso, la differenza sta nel fatto che noi artisti non riusciamo a lavorare su un prototipo, come invece fanno i designer. Necessitiamo invece di intervenire direttamente sulle misure reali dell’opera. Noi ci confrontiamo sempre con uno spazio definito, mentre nel design si progetta per l’appunto attraverso la riproduzione.

Rio, tappeto annodato a mano,
Memphis Post Design (Foto Paolo Rinarelli)


Essersi confrontato con i temi design ha influenzata il suo fare artistico?

No, credo siano due dimensioni separate queste. Certe cose funzionano nel design ma non nella pittura.

Qual è il suo rapporto con l’Italia?

Da molti anni mi divido tra Milano e New York. Tutto è nato perchè, nel 1966, dopo gli studi universitari, sono andato a Roma per seguire un master della Tyler School of Fine Arts. In quel periodo ho fatto diverse mostre e Renato Cardazzo, della Galleria del Naviglio, ne ha vista una e mi ha fatto venire a Milano. Quindi ho iniziato a lavorare in esclusiva con lui e ad allacciare un rapporto molto intenso con l’Italia.

Memphis Galleria Post Design, Milano
(Foto Paolo Rinarelli)


Poi mia moglie è italiana. Ormai mi sento molto più italiano che americano: qui mi trovo molto bene. Quel che mi affascina di più dell’Italia è il rapporto umano. A Milano mi piace andare al bar e prendere un buon caffè, e iniziare così la giornata. Tutto è molto curato, dal cibo allo stile di vita.
A New York non è lo stesso.

 

E il contrasto, anche a livello architettonico, tra il lusso e la povertà in uno stesso luogo è molto marcato, mentre in Italia no. Per certi aspetti questo rende il Paese un luogo quasi ideale per me.