Made in Italy, la serie che racconta la moda italiana

La macchina per scrivere Valentine, disegnata da Ettore Sottsass per Olivetti, in una scena di Made in Italy, la serie in onda su Canale 5 e Amazon Prime Video

Made in Italy: tre parole inglesi che hanno il potere di sintetizzare, in un brand riconosciuto a livello mondiale, le grandi doti artistiche,  manifatturiere e imprenditoriali dell’Italia. Dal design alla moda passando per il buon cibo, l’Italia ha saputo farsi apprezzare nel mondo per la capacità di rendere le sue creazioni uniche e inimitabili. Tra le grandi eccellenze dello stile italiano, negli ultimi quaranta anni ha assunto un particolare rilievo la moda.  Made in Italy è una serie coprodotta da Taodue Film e The Family, in onda su Canale 5 tutti i mercoledì o sulla piattaforma Amazon Prime Video. Dove gli abbonati hanno già potuto assistere al finale. La fiction racconta gli albori della moda in Italia in un intreccio tra finzione e realtà, dove una voce fuori campo ci racconta i protagonisti e gli eventi attraverso immagini dell’epoca e bozzetti originali, trasportandoci nel 1974. 

Fiammetta Cicogna e Greta Ferro (Made in Italy, la serie)

Made in Italy la serie

Il racconto inizia di fronte alla Triennale di Milano, monumento del design italiano, dove la giovane giornalista Irene Mastrangelo (interpretata da Greta Ferro) è pronta ad assistere alla sfilata di Krizia (Stefania Rocca). Stilista di talento, che è riuscita, attraverso i suoi abiti, a superare gli stereotipi della donna, mostrandola forte e coraggiosa.

Fiammetta Cicogna  Maurizio Lastrico (Made in Italy, la serie)

La serie Made in Italy si svolge, appunto, a Milano, la città delle sorprese, agli inizi degli anni 70, un periodo turbolento fatto di manifestazioni e atti terroristici. Mma anche gli anni dei grandi ribaltamenti sociali. La giornalista Rita Pasini (Margherita Buy), infatti, ci sottolinea come la moda abbia fatto la rivoluzione anche più di Che Guevara, soffermandosi sulle minigonne di Mary Quant.

Erica Del Bianco

La trama segue le dinamiche della rivista Appeal, tra shooting al Parco Sempione e interviste a grandi stilisti, ancora agli albori. Walter Albini (Gaetano Bruno) e Ottavio e Rosita Missoni (Enrico Lo Verso e Claudia Pandolfi) sono i primi che in queste quattro puntate, andate in onda, sono stati raccontati. Albini è stato il primo stilista ad introdurre l’idea di “doppia collezione”. Una dedicata alle passerelle e l’altra prêt-à-porter. È per descrivere il suo lavoro che nasce il termine di “stilista”.

La locandina della serie Made in Italy, in onda su Canale 5 e Amazon Prime Video

Le ambientazioni

Ottavio e Rosita Missoni vengono raccontati nella loro casa-bottega a Sumirago (Varese), dove ancora oggi i loro iconici motivi geometrici prendono vita. Un affascinante viaggio nel passato, con abiti e arredi perfettamente riprodotti. L’ufficio di Appeal è arredato con pezzi di design iconici del made in Italy e i look strizzano l’occhio alla moda attuale. 

I registi Luca Lucini e Ago Panini ci hanno mostrato anche angoli unici di Milano; la Rotonda della Besana, architettura tardobarocca, Parco Sempione,  polmone verde al centro della città, Villa Necchi Campiglio edificio degli anni ’30 oggi sotto la tutela del Fai.

Made in Italy, il contesto storico

Nel Settembre del 1970, in Italia, entrò in vigore la legge sul divorzio, che permise alle donne di poter decidere della propria vita, mentre in America migliaia di giovani si riunirono in un grande prato sancendo la nascita del Festival di Woodstock e della moda Flower Power. Prima però di analizzare la moda di quell’epoca facciamo un passo indietro, negli anni ’60. In questo decennio le donne iniziarono ad esprimersi attraverso la moda e le dive iniziarono a popolare le copertine delle riviste. Per poter farsi notare le donne si scoprirono, abbandonando le gonne lunghe fino alle caviglie per mostrare l’intera gamba (simbolo di sensualità) e mettendo in evidenza le curve e stingendosi in sensuali abiti. Basti pensare a Marilyn Monroe che fu l’icona per eccellenza, copiata e idolatrata da tutte le donne in cerca di una voce. La moda, però, un decennio cambiò, diventando più fluida e democratica. Donne e uomini iniziarono a vestirsi in modi molto simili; pantaloni larghi, camice scivolate e destrutturate, colori e fantasie sgargianti e grandi occhialoni. Insomma una volta conquistato un posto nella società, la donna degli anni 70 iniziò a rivendicare la sua parità nei confronti dell’uomo, a partire dal modo di vestire. Ed è proprio in questo clima che giocarono un ruolo fondamentale le riviste, non mostrando la moda come un semplice vezzo, ma come specchio della società moderna; una sorta di cronaca che fotografò il pensiero delle persone attraverso ciò che indossavano. Esattamente il modo in cui la serie Made in Italy ha deciso di raccontarci la nascita della moda italiana. Queste quattro puntate ci hanno mostrato come una semplice giornalista di moda, nel 1974, avesse l’opportunità di conoscere e partecipare ai grandi passi che hanno dato vita alla nostra attuale società. Analizziamoli insieme attraverso il riassunto delle puntate.

Le puntate

Prima puntata

Siamo a Milano, a metà degli anni settanta, nel pieno della rivoluzione studentesca ed operaia. È qui che conosciamo Irene Mastrangelo (giovane donna di origini meridionali), intenta a sostenere il suo ultimo esame prima della laurea in Storia dell’Arte. Notiamo il suo carattere anticonformista nel momento in cui prova a dare una sua interpretazione ad un’opera, scontrandosi con il carattere conservatore dell’insegnante. Decide di rifiutare il voto e al rientro a casa si scontra con il padre, preoccupato per il suo futuro: così Irene sceglie di cercarsi un lavoro per potersi mantenere da sola. Trova un volantino della rivista di moda Appeal, in cerca di un’apprendista, ed entra così nell’irriverente ufficio che racconta la moda. Inizia il suo lavoro come assistente della caporedattrice Rita Pasini (milanese doc, simile a Miranda Priestley de Il diavolo veste Prada), a fianco di Monica Massimello (donna libera dalle convezioni sociali e sentimentali).

Irene inizia il suo lavoro imbucandosi alla sfilata di Krizia, dove l’estro della stilista ci viene raccontata attraverso i suoi modelli di hot pants optical e i top in svariati materiali (sughero, pelle di anguilla e di anaconda), una continua sperimentazione fatta da una donna che si è dovuta spalleggiare tra uomini per emergere. Nella stessa puntata conosciamo anche lo stilista Walter Albini propenso a raccontarsi attraverso le sue creazioni e collezioni, sfidando Irene dichiarandole di non ispirarsi a nessuno.

Seconda puntata

Irene viene incaricata di ritirare degli abiti Missoni nella sede di Sumirago, ed è qui che facendo di testa sua decide di raccontare quella “bottega”, calda come una casa, dove Ottavio e Rosita Missoni vivono e lavorano. Ci vengono presentati come una coppia dolce e simpatica, capace di raccontare la propria avventura con grande entusiasmo. Ne uscirà fuori un articolo frizzante accompagnato da foto polaroid di reportage. Nel frattempo Monica deve seguire un servizio fotografico per abiti da bambini, decidendo di stravolgere la classica foto in posa, poco veritiera, con immagini sfocate e contestualizzate, che rappresentino maggiormente l’anima dei più piccoli.

Dopo l’articolo sui Missoni la professionalità della Mastrangelo cresce e le viene affidato il compito di seguire uno shooting in Marocco, per mostrare la nuova collezione di Lella Curiel; le dune del deserto avrebbero fatto da sfondo ai colorati ed etnici tessuti degli abiti, indossati da una modella dai tratti Nord Europei. Irene ed il fotografo, John Sassi, si trovano però senza modella e decidono così di utilizzare una donna di colore, capace di esaltare ancora di più la bellezza degli abiti. L’esperimento non va a buon fine, la redazione di Appeal trova le foto scioccanti e controproducenti per la Curiel, la società non è ancora pronta a vedere una modella nera, un preconcetto ancora da sdoganare per l’epoca.

Terza puntata

Rita ed Irene sono pronte ad incontrare Giorgio Armani, che sta preparando la sua prima collezione donna. Irene, vedendo la passione e professionalità dello stilista, decide di firmare il suo primo articolo da giornalista raccontando l’uomo dietro agli abiti, inserendo Armani in copertina e incoronandolo Re; «Armani, l’uomo che ama le donne». Per la rivista Appeal è la prima volta che in copertina non viene inserita una modella e che l’articolo viene incentrato sullo stilista più che sugli abiti, ma Rita è convinta della scelta, d’ora in poi la clientela si affezionerà agli stilisti e li seguirà come fossero rock star. La scelta non convince i lettori e crea una certa rivalità tra gli stilisti, così Irene e Monica hanno il compito di raccontare Valentino come un Imperatore, mostrando i suoi abiti nella città eterna, Roma. Il servizio fotografico vede le modelle paragonate a moderne Dee, vestite con l’inconfondibile rosso Valentino, tra monumenti di marmo bianco, creando così un contrasto capace di incentrare l’attenzione solo sugli abiti dello stilista. La puntata termina con una breve comparsa di Miuccia Prada, titubante sul suo ruolo nel campo della moda.

Quarta puntata

Rita si fa accompagnare da Irene alla prima fiera della moda Italiana, organizzata da Beppe Modenese. Qui stilisti e produttori di tessuti si incontrano e discutono tra sete e velluti, facendo sistema, mostrando l’Italia come forza unica. Irene ritrova tutti gli stilisti che ha avuto l’onore di intervistare e conosce il giovane Gianni Versace, già considerato nuova promessa della moda italiana.

Nel frattempo Appeal rischia di chiudere e serve una nuova idea capace di distinguere la rivista dalla concorrenza. Ad Irene viene l’idea di dedicare un servizio sulla nuova apertura di un negozio Fiorucci a New York, creando un filone tra la Grande Mela e Milano. A New York Irene conosce Elio Fiorucci, che inaugura il suo negozio “non tradizionale”, ma pensato come una «finestra sul Mondo», e per enfatizzare ancora di più il concetto viene realizzato uno shooting fotografico sul rooftop di una palazzo. La moda è in strada, non più negli studi. Stessa cosa viene fatta da Monica a Milano, che utilizza persone comuni come modelli per un giorno. La nuova anima della rivista viene anche accompagnata da una rivoluzione della veste grafica, Appeal si rinnova per raccontare la nuova moda tutta all’italiana, promuovendo Irene a Direttrice del magazine.

Made in Italy termina con foto in bianco e nero di tutti gli stilisti che ci hanno accompagnato in queste quattro puntate; la serie ce li ha raccontati rendendo l’essenza delle loro anime, cerchiamo di riassumere i punti salienti della carriera di questi geni della moda.

Made in Italy, gli stilisti nella serie

Krizia

Maria Mandelli (1925-2015) iniziò la sua avventura insieme a Flora Dolci, aprendo un laboratorio a Milano, dove realizzavano abiti molto semplici, ma capì di poter dare un contributo maggiore alla moda italiana. Così arrivò alla sua prima sfilata a Firenze (città della moda dell’epoca), nel 1964, con una collezione tutta in bianco e nero, dove vinse il premio “Critica della moda”. Iniziarono a scrivere di lei e, negli anni ’70, la stampa americana la definì «Crazy Krizia», per la sua continua sperimentazione di nuovi materiali e per aver dato vita agli iconici “hot pants”.

Non si limitò solo a realizzare abiti, ma con Italo Cremona realizzò una linea di occhiali e con Florbath una collezione di profumi per uomo e donna. La sua sperimentazione continuò: diventò socia della casa editrice La Tartaruga, inaugurò il il suo resort, K Club, sull’isola di Barbuda, realizzarono mostre sulla sua carriera alla Triennale di Milano, alla Grey Art Gallery, al Museo d’Arte Contemporanea di Tokyo. Krizia fu una donna che non si diede mai dei limiti.

Walter Albini

Gualtiero Angelo Albini (1941-1983) iniziò la sua carriera lavorando per Krizia ed altre affermate case di moda. Alla fine degli anni ’60 cominciò a disegnare abiti per piccole industrie, dando così il via al motore della moda italiana, e nel 1970 firmò la sua collezione “unimax”, ovvero uniformità di taglio e colore tra abiti da uomo e da donna. Dalla critica internazionale venne definito «nuovo astro italiano», in un momento in cui le riviste italiane guardavano ancora la moda degli affermati stilisti francesi. La giornalista Anna Piaggi coniò, appositamente per descrive il talento di Walter, il termine “stilista”, e possiamo capirla; Albini grazie al suo lavoro gettò le fondamenta della moda italiana, dando un impulso alla nascita del pret-à-porter. Trasformò la donna, vestendola in giacca e pantaloni come un uomo, con una continua e maniacale ricerca per i dettagli e gli accessori, per lui ancora più importanti dell’abito. Albini uscì sempre dagli schemi, un tratto del suo carattere che lo accompagnò per tutta la vita.

Ottavio Missoni 

Ottavio e Rosita Missoni (Enrico Lo Verso e Claudia Pandolfi)

Ottavio Missoni (1921-2013) dopo una brillante carriera nella atletica leggera, che lo portò a partecipare ai Giochi Olimpici del 1948, nel ’53 sposò Rosita Jelmini (1931). I due sposi iniziarono a lavorare dal loro quartier generale di Sumirago, dove, utilizzando le tecniche per la realizzazione degli scialli, crearono maglie che risultarono molto leggere; da cui iniziò il loro successo. Negli anni ’60 le riviste iniziarono a seguire ogni passo delle loro collezioni e nel 1967 presentarono i loro abiti a Firenze, facendo sfilare le modelle senza biancheria intima, creando un gioco di “vedo-non vedo” che non piacque agli organizzatori della sfilata, che infatti non li invitarono l’anno successivo (anno in cui Yves Saint Laurent presentò la sua collezione “nude look”).

Il successo di Ottavio e Rita arrivò anche negli Stati Uniti dove ricevettero il prestigioso Neiman Marcus Fashion Award (l’Oscar della moda). Anche i Missoni uscirono dall’ambito moda, nel 1983 realizzarono i costumi di scena per la prima della Scala e nel 1987 disegnarono gli interni della, versione Missoni, Autobianchi Y10. Il segreto di Ottavio Missoni fu quello di non prendersi mai troppo sul serio e di non seguire la moda.

Lella Curiel

Raffaella Bettinelli (1943) iniziò la sua carriera nella boutique della madre, che vestiva la borghesia milanese. Fin dagli albori il suo stile fu ben delineato, Lella si lasciò ispirare dal fascino senza fine dell’arte, guadagnandosi il titolo di “intellettuale della moda”. Le geometrie di Balla, le ninfee di Monet e i colori della Kahlo sono alcuni dei riferimenti che questa stilista prese permettendo l’incontro tra la sapienza artigiana, tramandatole dalla madre, con l’estro e l’innovazione del design nascente negli anni settanta.

Lo stile della Curiel vestì donne potenti del calibro di Margaret Thatcher e Hillary Clinton, che trovarono nei suoi abiti il giusto equilibrio tra moda e serietà, qualità di una donna votata alla politica. Lella portò il nome di Milano nel Mondo, aggiudicandosi il premio dell’Ambrogino d’oro conferitole dal Comune di Milano. La famiglia della Curiel rappresenta l’essenza dell’Italia; un sapere che viene tramandato di generazione in generazione con amore e passione.

Armani

Giorgio Armani (1934) iniziò la sua carriera da vetrinista alla Rinascente ma, nel 1965, ebbe la sua prima vera occasione collaborando con il Lanificio Fratelli Cerruti e nel 1974 collaborando con il marchio di abbigliamento Sicons, realizzando Armani by Sicons. Nel 1975 nacque il suo marchio e realizzò una collezione donna capace di ribaltare secoli di maschilismo attraverso l’ago ed il filo. Sintetizzò la rigidità delle giacche eliminando tutto ciò che era di troppo, presentando così le sue iconiche giacche destrutturate. Il suo stile, molto semplice e lineare, lo differenziò dai suoi colleghi, la sua parola d’ordine era ed è “eleganza”, come testimonia la sua celebre affermazione: «l’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare».

Questo ultimo ventennio ha visto la nascita di numerosi marchi Armani, tra i più celebri Emporio Armani e Armani Jeans, uno stile adatto a tutte l’età. Come altri stilisti il suo nome venne inciso anche su linee di occhiali e collezioni di fragranze uomo e donna. Nel 2000 Armani venne raccontato in una retrospettiva al Guggenheim Museum di New York, dove l’essenzialità dell’architettura si sposava alla perfezione con il lavoro dello stilista. Il suo stile unico gli permise di essere incoronato Re della moda.

Valentino

Valentino Garavani (1932) iniziò la sua carriera a Parigi, all’interno degli atelier di grandi stilisti (Jean Dessès e Guy Laroche), ma tornò in Italia per lanciare la sua casa di moda, nel 1957. Gli anni ’60, anche per lui, furono gli anni del successo, all’inizio del decennio debuttò a Firenze e subito venne notato dalle grandi riviste di moda, che lo inserirono tra i grandi nomi. Nel 1967 a Dallas gli venne conferito il Neiman Marcus Fashion Award, e l’anno successivo realizzò l’abito da sposa di Jacqueline Bouvier (per le nozze con Onassis). L’ex first lady fu una delle molte donne affezionate allo stile di Valentino, che nel frattempo lanciò la sua iconica firma “V”; riconoscibile su accessori e profumi dello stilista. Tra i tanti riconoscimenti nel 2011 a New York Valentino ricevette il premio Couture Council Award 2011, per aver celebrato la bellezza con il suo gusto perfetto, attraverso il suo iconico colore rosso; colore dell’amore e della passione, la stessa che ha sempre contraddistinto il lavoro dello stilista.

Versace

Gianni Versace (1946-1997) si avvicinò al mondo della moda grazie alla madre sarta, da cui imparerò i segreti che lo portarono sempre a definirsi sarto e non stilista. Nel 1978 presentò, a Milano, la sua prima collezione donna firmata con il suo nome, e scelse proprio il capoluogo lombardo in quanto città delle opportunità, capace di tirare fuori la sua vera essenza. La sua città natale, Reggio Calabria, fruì per lui da musa ispiratrice, il luogo in cui ebbe l’opportunità di «respirare l’arte della Magna Grecia», che riportò nelle stampe dei suoi abiti.

La collezione autunno/inverno donna, 1982/1983, gli permise di vincere il premio Occhio d’Oro come miglior stilista, e l’anno successivo iniziò la sua fortunata collaborazione con i teatri, creando gli abiti di scena per numerosi spettacoli. Gianni lanciò il fenomeno delle top model, facendo indossare i suoi abiti alle donne più belle del Pianeta, realizzando campagne pubblicitarie rimaste nella storia. Vennero inaugurate mostre in suo onore all’interno dei più famosi musei del Mondo, per raccontare come Versace portò uno sguardo nuovo alla moda internazionale.

Fiorucci

Elio Fiorucci (1935-2015) fu lo stilista per eccellenza del tempo libero; jeans, magliette e felpe hanno sempre portato la sua firma, dimostrando come la moda potesse essere di strada. Il suo stile ebbe subito successo in Europa, poi in Asia fino ad arrivare in America, permettendogli di aprire negozi in tutto il Mondo, portando così la firma del Made in Italy fuori dai nostri confini. Fiorucci non portò una rivoluzione solo nel campo della moda, ma anche nel modo di comunicarla; i suoi manifesti, unici per l’epoca, incarnarono la filosofia della azienda. Non un lavoro, ma un gioco: la moda come mezzo per rispecchiare il proprio essere e “l’io interiore”. Fioruccidiede voce alla moda, un linguaggio vicino alle persone e lontano dalle passerelle, comodo ma senza rinunciare allo stile; un modo diverso per esprimersi.

Uomini e donne che diedero vita alla moda italiana, incoronando Milano la città della moda, ad oggi una delle più importanti al Mondo. La moda non solo come mezzo estetico, ma come mezzo di sviluppo e crescita della società, tanto che nel 1986, Krizia, Giorgio Armani, Gianfranco Ferré, Gianni Versace e Valentino Garavani, vennero nominati commendatori della Repubblica Italiana dal Presidente Cossiga.

Andrea Lovotti

Designer curioso ed entusiasta. Scrive per raccontare il mondo che ci circonda. Per intrappolare nelle parole l’emozione di tutto quello che, dal passato al presente, ha contraddistinto la parola “estetica”.