La casa sulla quercia

Marco Lavit, architetto italiano con studio a Parigi, racconta il suo progetto di una casa costruita su una quercia ultracentenaria nel parco del castello di Raray

Una suite d’albergo, al Château de Raray, in Francia, perfettamente integrata nella natura e costruita, come un nido, su una quercia ultracentenaria.

E’ questo il progetto Origin tree house Hotel firmato da Marco Lavit (qui sotto), giovane architetto italiano con studio a Parigi (Atelier Lavit). Villegiardini gli ha chiesto di raccontare ispirazioni, caratteristiche e curiosità di questo originale progetto.

Come è nata l’idea di creare una unità abitativa su un albero? 

Il progetto è nato in maniera abbastanza casuale in occasione di una cena con il committente, che mi ha raccontato della sua passione per questo tipo di architetture e del desiderio di crearne una completamente appesa a un tronco. Un progetto che valorizzasse anche la pianta stessa. Io non avevo particolari conoscenze su questo tipo di architetture, mentre lui si occupava già da tempo di eco-lodges, ovvero alberghi nella natura con camere e appartamenti diffusi, costruiti secondo principi di sostenibilità ambientale. Ma non aveva mai realizzato un progetto così “estremo” senza appoggia terra e  in grado di offrire agli ospiti un elevato livello di comfort.

Quali sono state le richieste della committenza? 

Il desiderio del committente era quello di realizzare un’architettura che valorizzasse anche l’albero sul quale sarebbe stata costruita. Per questo mi ha affidato un esemplare molto bello, una quercia di oltre 150 anni, nel parco che circonda il Castello di Raray, a nord di Parigi.

Quali sono state le sue ispirazioni? 

Quando ho iniziato a lavorare al progetto, non avevo particolari competenze su questo tipo di strutture. Ma mi è sembrato naturale ispirarmi a un nido, riportato in scala umana. Ho pensato cioè di razionalizzare il processo di costruzione di un nido, che è un intreccio di legnetti, per far si che questa immagine di ispirazione diventasse a tutti gli effetti un’ architettura. E che ogni semplice richiamo all’involucro non avesse solo una valenza estetica, ma che fosse una risposta a un’esigenza tecnico-costruttiva.

Come si è sviluppato il progetto?

La suite è nata a partire dall’intuizione di adottare una forma ottagonale per la pianta. Questa scelta è stata dettata dal fatto che gli spazi a disposizione erano piuttosto ridotti (23 mq per gli interni, più il patio) ma volevamo comunque offrire uno spazio vivibile e arioso. E questa forma si prestava bene a questo scopo. Mi ha consentito infatti di orientare lo spazio a 360° facendolo ruotare attorno al tronco e di alternare in maniera funzionale e razionale i quattro ambienti che mi erano stati richiesti.

Quali materiali e tecniche sono stati utilizzati?

La scelta dei materiali è nata dal confronto con i costruttori che avevano già molta esperienza per questo tipo di strutture. Abbiamo scelto di utilizzare due essenze per l’esterno. Tutta la struttura e il rivestimento lamellare delle facciate sono in pino Douglas, un legno di origine canadese ma che da tempo è stato importato in Francia. Dal punto di vista tecnico, è molto resistente agli agenti atmosferici e resistente strutturalmente, ma al contempo piuttosto leggero.

I pavimenti del patio e della terrazza sopra il tetto sono in Larice, molto resistente al calpestio. Sono due essenze con un aspetto diverso quando sono fresche. Il larice è più biondo, il Pino Douglas più rossastro. Ma col tempo, non essendo stati trattati, ingrigiscono entrambi e tendono verso una colorazione più simile. E ora si sono uniformati verso un grigio argentato, che mi piace molto. All’interno abbiamo messo legno di Castagno, durissimo, per i pavimenti e  Pioppo per pareti e soffitti. Un’essenza molto chiara che conferisce agli interni luminosità e un’ atmosfera ovattata.

Come sono organizzati gli spazi interni?

Una passerella sospesa conduce al patio, all’aperto. Da qui si accede all’interno, dove ci sono quattro ambienti: ingresso, zona giorno, zona notte e bagno, ripartiti egualmente sulla superficie della base ottagonale. Quindi ognuno con due pareti perimetrali, una cieca, l’altra vetrata. Una soluzione che consente sempre agli ospiti di godere della vista panoramica sulla foresta. Gli interni sono suddivisi da una parete opaca e da una di vetro. Una scala consente poi di salire al belvedere sopra il tetto.

Come è riuscito a gestire gli aspetti funzionali di uno spazio abitativo di dimensioni così ridotte e perdipiù sospeso su una pianta?

L’idea di base era quella di creare una suite d’hotel funzionale al 100 per 100. Quindi per esempio il bagno occupa la stessa superficie di ciascuno degli altri ambienti. Non volevamo che fosse uno spazio angusto, ma che fosse confortevole. Grazie a questa scelta siamo riusciti a mettere una doccia molto ampia e tutti i sanitari necessari.

Quale è a suo avviso l’importanza dell’utilizzo di materiali sostenibili e dell’integrazione degli spazi abitativi nella natura?

In contesto come quello del parco di Château de Raray, era abbastanza ovvio scegliere materiali naturali. Anche il fatto di “aggrapparsi” a una pianta ultracentenaria e “abbracciare” con un involucro il suo tronco suggeriva senza ombra di dubbio l’uso del legno. L’interesse era quello di creare un’architettura in completa fusione con la natura. Avrei forse voluto costruire con il rovere, con del legno di quercia della foresta stessa, ma i pesi sarebbero poi stati eccessivi.

Come architetto, che insegnamenti ha tratto dalla realizzazione di questo progetto? 

L’esercizio più interessante è stato quello di passare da una estetica puramente naturale, come quella del nido, a qualcosa di completamente tecnico. Una cosa che io non faccio quasi mai, in architettura e design, è quello di disegnare delle forme per poi  giustificarle. Anche in questo caso ho cercato di non cedere a nessun formalismo gratuito, ma sono partito dalla ispirazione iniziale per poi andare a razionalizzarla.

Così per esempio, sia il rivestimento listellare in legno, sia la forma del “nido”, che va a ridursi in basso verso il tronco e in alto verso la cima, rispondono a due esigenze specifiche. La prima di andare a rivestire tutta la struttura inferiore che porta all’abitazione sul tronco, per celare e completare tutte le strutture che sorreggono la costruzione. La seconda di creare parapetti inclinati per la terrazza panoramica sul tetto. Una soluzione pensata per tenere alla giusta distanza gli ospiti dai bordi di questo belvedere e quindi garantire uno standard adeguato di sicurezza per questo spazio all’aperto.

Dalla progettazione di una architettura come questa, ho capito che c’è un modo più logico di costruire: con quello che abbiamo a disposizione e con quello che è più coerente con il luogo in cui ci troviamo. In particolare trattandosi di una architettura leggera di piacere, abbiamo avuto maggiore libertà rispetto alle normative, standardizzate per tutta Europa. Che hanno il difetto di non tenere sempre conto delle specificità climatiche e culturali dei territori in cui sorgono. In questo caso ho potuto scegliere, con la massima libertà, che tipo di materiali usare. Non perché questo fosse imposto da una legge, ma perché era più adatto al contesto, come per le architetture vernacolari.

 

Quale altro progetto “non convenzionale” le piacerebbe sviluppare?

Ci sono già diversi progetti di questo tipo in corso, alcuni dei quali a buon punto. Il primo in Monferrato, un hotel ecologico con suite indipendenti dislocate in un podere tra le vigne. Anche lì sarà qualcosa di innovativo con strutture su pilotis a diversi livelli e altezza.

In Francia sto lavorando a delle case in legno fuori Parigi e in Normandia. La prima a terra, la seconda su pilotis in una foresta. Poi un progetto meno avanzato di capanne galleggianti su un lago in Ruanda con un sistema di spostamenti mediante zattere elettriche.