Tuffo di testa su Ferdinando Scianna: “Memoria, Viaggio, Racconto” 

Ferdinando Scianna, se ne siete estimatori o osservatori casuali, comunque vada, I Tre Oci ospitano l’opera del fotografo, maestro del bianco e nero, tra i più grandi del ‘900. Dalla casa dei Tre Oci, prezioso episodio di architetura neogotica a Venezia, ci era già passato nel 2016 con una mostra sui 500 anni del Ghetto ebraico, ma questa è tutta un’altra cosa.

“Memoria, Viaggio, Racconto”, un’immersione in Ferdinando Scianna, vita e arte, attraverso 180 scatti per ripercorre oltre 50 anni di carriera del fotoreporter siciliano. Intensa, ogni immagine emerge singolarmente in un ecosistema antologico diviso in sezioni. Sette capitoli di vita: Memoria, Racconto, Ossessioni, Moda a Venezia, Il Viaggio, Ritratti, Riti e Miti. Dagli anni ’60, quando giovanissimo si avvicinò al mondo della fotografia, iniziando a raccontare cultura e tradizioni della sua terra d’origine, la Bagheria, fino al suo incontro con Marpessa, il rapporto con la moda, la campagna per Dolce e Gabbana, l’America, l’ombra, Kami, Lourds, il dolore. Suggestioni e folklore sono cornici metafisiche dell’intera esposizione, sviluppata in diramazioni di spazi più o meno ampi e installazioni nate dal “delirio” di Scianna, variabili per ogni tema. Istanti e sensazioni le parole con cui scrive ogni storia, racconti di immagini, perché la fotografia non sia un gioco autoreferenziale.

Qui sotto un trailer, guidati dalle sue stesse parole, di quello che potrebbe aspettarvi.

“Ho avuto la possibilità di sviluppare con questo luogo una relazione negli anni. La mostra ai Tre Oci era qualcosa su cui puntavo, ci ho visto passare il fior fiore della fotografia mondiale, è uno dei più importanti di questo paese. É per qualcosa di magico che ha questo luogo, Venezia è tutta magica, ma a forza di essere magica rischia di diventare banalmente magica. Un fotografo osserva un luogo, delira e sogna, lo studia in modo più o meno consapevole, cerca di interiorizzarlo, pensa “E io che diavolo ci farei là dentro”. Le fotografie non sono quadri, non si tratta di attaccare l’opera al muro, ma per loro natura uno strappo di realtà, devono raccontare, sennò non sono niente, giochi dal carattere tecnico.”

“Volevo tracciare un viaggio nella mia vita, nella mia concezione, attraverso le idee. Memoria, Viaggio, Racconto sono tre sinonimi. Per me, fotoreporter, memoria è un sinonimo di fotografia, il viaggio pure, perché le immagini si cercano e per cercarle devi viaggiare, a volte le trovi in posti lontanissimi, a volte dentro casa, e il racconto, perché se non c’è un racconto non c’è niente. Dai tempi della preistoria ruota tutto intorno a un racconto”.

“L’esperienza personale deve diventare collettiva per non ridursi ad esercizio autoreferenziale. Ho trasformato il mio delirio in qualcosa di molto concreto, un viaggio fisico all’interno di 50 anni di lavoro, un percorso esponenziale del visitatore. Le fotografie non si fanno tutte per le stesse regioni e non allo stesso modo e l’installazione deve guidare il visitatore. Esporre il materiale secondo metodi che accompagnano e danno una forma molto specifica. Hanno bisogno di un tipo di scrittura diversa, al contrario parleremmo di manierismo”.

3 “Un fotografo è come un carabiniere, lo è 24 ore su 24. Catturi l’immagine che il mondo ti offre, è la tua ossessione, e lo fai nel modo più disparato, può essere la disposizione di alcuni oggetti su una bancarella o uno scenario. Non sono mai uscito dicendo vado a fotografare un paesaggio, è lui che mentre sei andato a fare tutt’altra cosa ti dice “Fermati imbecille ma non vedi come sono interessante, ti impone di essere fotografato”. 

“Come diceva Enzo Bigi di Berlusconi “Sono megalomane, se avessi avuto le tette sarei stato anche un’annunciatrice”. Volevo essere accanto ad ogni visitatore, così ho concepito un’audioguida anomala. Ci sarà la mia voce ad accompagnarli, parlo dei cavoli miei, non delle fotografie, di cosa peso della vita, della poesia, di Jorge Luis Borges, della qualità. Per mio orgoglio, chi lo ha provato dice che fa guardare le foto in modo diverso, le ho scattate io e il tentativo era quello di relazionarmi con il visitatore. Chi sono io, da dove vengo, qual è la mia storia, qual è il mio rapporto con te”.

“Facevo foto di moda per la prima volta nella mia vita, mi trovavo questa donna bellissima in Sicilia con vestiti ispirati al luogo e in un certo senso ricostruivo pezzi della mia autobiografia, ivi compreso della mia formazione erotica. Faceva parte della regola del gioco che lei Marpessa dovesse fare la modella e io il fotografo di moda. In una divertente intervista ha detto: “Non è vero che Scianna non sa dirigere le modelle, normalmente le dice buttati là in mezzo o le racconta una storia che suggerisce che tipo di tipo di atteggiamento assumere”. Comportamenti spontanei e infantili trasformano una triviale fotografia di moda in una fotografia di moda come io la concepisco, qualcosa che interferisce con la vita. Che cos’è la moda? Una donna vestita, non va messa su un fondo bianco, racconta il tuo rapporto con il mondo, chi vive sul fondo bianco se non sta dipingendo casa”.