Women Design: Libby Sellers svela il design al femminile

Women Design, Libby Sellers
Women Design, Libby Sellers

Un libro per raccontare il design al femminile: Women Design

Al suono di “addio patriarcato dell’industria del design” arriva anche negli scaffali italiani il nuovo libro di Libby Sellers, ex curatrice del Design Museum di Londra. E il titolo è già la migliore dichiarazione d’intenti possibile: Women Design, edito Frances Lincoln.

“Le donne sono in minoranza rispetto alle loro controparti maschili. È necessario correggere questo equilibrio “.

Quali sono state le donne pioniere dell’architettura, del design industriale, grafico e digitale? È questa la domanda che si è posta la Sellers, che ha raccolto in un corposo volume i più meritevoli nomi, dal XX secolo ai giorni nostri. E si è goduta un viaggio che penetra alle radici della professionalità al femminile, per scoprirne i lavori migliori, celebrandone la loro influenza.

La rivoluzione nascosta merita la luce

Solo cento anni fa, grazie al Bauhaus, le donne poterono cominciare a studiare design: di strada ne è stata fatta tanta, è vero, eppure l’ambiente sembra ancora plasmato a immagine e somiglianza maschile. Anche se negli anni passati c’erano naturalmente anche loro, donne di una statura professionale altissima, a rivoluzionare e trasformare definitivamente l’industria.

Come Muriel Cooper, che inventò il book design, o Lora Lamm, una grafica svizzera che costruì tutta da sola una brillante carriera a Milano. C’erano figure come Marianne Brandt, che divenne negli Anni Venti una delle più famose lavoratrici del metallo, e che diresse un laboratorio tedesco, o Lella Vignelli, che vinse numerosissimi premi e riconoscimenti nel mondo dell’architettura e del design.

Riccamente illustrato con immagini d’archivio, questo schedario non si limita alla superficie ma indaga le ragioni esistenziali e le lotte sociali che queste donne hanno fieramente affrontato. In termini ridotti, il libro di Libby Sellers racconta l’evoluzione culturale degli scorsi anni e sostiene le ragioni per continuare la battaglia ed evitare il percorso – a ritroso – dell’emarginazione professionale.

Come a dire: tanto è stato fatto finora, ma mai abbassare la guardia.