Il coraggio di inseguire un sogno: intervista a Gloria Aura Bortolini

Di Gloria Aura Bortolini si potrebbe subito raccontare molto, ma c’è un particolare che proprio non si nega fin dal primo sguardo: il suo sorriso, pieno di gioia contagiosa. A chi le chiede qual è il segreto di tanta manifesta felicità, lei risponde che risiede nelle sue passioni, sogni d’un tempo ora realizzatisi sotto forma di solido mestiere.

Nata come fotografa ma con una laurea in Economia, Gloria non ha un percorso canonico: ad arricchirla è un viaggio on the road in America Latina fatto da sola, zaino in spalla.

Ciak, si gira!

Presto espande le sue conoscenze nel campo della regia, del fotoreportage e del giornalismo: celebre è il documentario autoprodotto London afloat (2015), dove esamina la dicotomica comunità delle case galleggianti, che le è valso un riconoscimento internazionale (Sony World Photography Awards).

Attualmente conduce la rubrica Londra, linea Greenwich all’interno del programma televisivo di Rai3 Kilimangiaro.

Gloria Aura Bortolini
Gloria Aura Bortolini 

La fascinazione degli esordi, la cura delle passioni

1 – C’è una persona in particolare (tra chi ti ha gravitato intorno) che ha contribuito a farti amare il mondo della fotografia? 

Ad aver fatto scattare la ‘scintilla’ è stata una vecchia mostra di Henri Cartier-Bresson, che mi colpì particolarmente: ero un’adolescente, e per la prima volta esploravo un mondo magico attraverso il racconto di un’immagine.

In realtà mi affascinavano anche i filmini che faceva mio nonno, un grande viaggiatore, con la sua Super 8. Adesso sono convinta che questa passione era un semino dentro di me che c’era già, e che piano piano è cresciuto, infine esplodendo.

Per Aspera ad Astra

  1. Fare della propria passione un lavoro è una grande conquista: ci racconti i tuoi inizi?

È vero: fare delle proprie passioni il lavoro di una vita è una benedizione. Ma anche una via crucis: perché appunto ci vuole tantissima determinazione per non lasciarsi scoraggiare quando si è agli inizi. O quando sogni di fare un lavoro creativo e tutti ti dicono che con l’arte e la creatività è difficile pagare l’affitto. Quando vedi tanti ostacoli e ti sembra di non avanzare, devi veramente tirar fuori tutta la grinta che hai in te. E devi portare avanti la tua convinzione, perché nessuno ti dice “ce la puoi fare”: è una possibilità che è lì, ma che solo tu puoi effettivamente cogliere.

Spesso ho pensato di abbandonare, di seguire la carriera dei miei genitori commercialisti, sposando uno stile di vita probabilmente più facile ma che in fondo non sarebbe stato il mio percorso. Ho stretto i denti e sono andata avanti – e sono fiera di dire di avercela fatta.

Viaggiare per scoprire le proprie radici

3 – Qual è il tuo posto del cuore, in Italia, dove vai quando vuoi rilassarti e ricaricare le batterie? 

Sono ancora alla ricerca del mio rifugio dell’anima, come mi piace definirlo. Dell’Italia una delle regioni che più mi affascina è la Sicilia, quindi probabilmente il mio rifugio si cela nelle sue pieghe, ma non ne sono certa. Spero prima o poi di trovarlo, ma ad essere onesta al momento godo della sola ricerca: sono una persona d’indole curiosa, per cui nel viaggio mi piace scoprire sempre qualcosa di nuovo.

4 – E un viaggio all’estero che consiglieresti a un’amica che vuole partire da sola? 

Un viaggio d’esplorazione e iniziazione che consiglierei è esattamente lo stesso che ho fatto al termine degli studi nel Sud America: un’esperienza di vita che mi ha cambiata profondamente.

E poi, un altro viaggio che mi ha affascinato moltissimo è il Giappone, perché sembra davvero di arrivare su Marte: lì non c’è nulla che ti riporti alla tua quotidianità occidentale.

Ecco, consiglierei un viaggio affascinante e in grado di sfidare.

Categoria: da divorare

5 – Un libro e un film visti di recente che ti sono piaciuti. 

Oceano Mare di Alessandro Baricco è un libro che ho iniziato durante le vacanze di Natale in India: un contesto perfetto per le storie di mare. Ricordo ancora le sensazioni della lettura sulle spiagge di Goa: per portarmene un pezzettino a Roma ho deciso di non finirlo lì, ma di assaporarne il finale una volta a casa.

Mentre di cinema parlando, Tre manifesti a Ebbing, Missouri, mi è piaciuto moltissimo. Ne ho apprezzato le scelte registiche, la scenografia, l’interpretazione magnifica degli attori, ma soprattutto l’importanza di questa storia potente: uno spaccato di vita della provincia americana in cui emerge la forza di una madre che riesce ad andare contro il sistema per vincere la sua causa. Il cinema dovrebbe far riflettere, e questo film di Martin McDonagh ci è riuscito perfettamente.

La narrazione finzionica: Out of the blue

6 – Out of the blue è la tua ultima fatica: come nasce e si sviluppa l’idea di un progetto di questo tipo? 

Out of the blue è stato il mio primo film di fiction. Ero curiosa di cimentarmi nella regia di un film di finzione – e non nel cinema del reale e del documentario, che è stata la mia prima vocazione.

Il film è stata una bellissima esperienza, nata su un progetto dello IED di Milano in collaborazione con Silvio Soldini e Luca Bigazzi. È stato prodotto da Amplifon, che aveva richiesto una storia che raccontasse sì il mondo del sentire, ma del sentire con il cuore, e cioè: con le emozioni. Per questo motivo abbiamo scelto di girare un film muto, permeato soltanto di suoni e musica, che potessero mettere in risalto le emozioni della protagonista.

Dopo questa esperienza posso affermare che i documentari sono la mia dimensione: amo avere un’idea esatta del punto da cui partire ma non riuscire a prevedere dove si arriverà. Con il cinema del reale bisogna seguire la storia e vedere dove ti porta, mentre con un film di finzione c’è un tracciato molto netto, con una sceneggiatura precisa e meno spazio per l’improvvisazione. Ci vuole anche tanta abilità e pazienza per dirigere gli attori, mentre trovo più stimolante collaborare con i non attoriche sono chiamati a impersonificare sé stessi.

Un futuro tutto da scoprire

7 – Dove e come ti vedi tra dieci anni? 

(Ride) Questa è una di quelle domande che mi ha sempre messo in difficoltà: onestamente non mi piace immaginare il futuro, dandogli una proiezione netta. Mi piace lasciare che le cose succedano.

Chiaramente ho degli obiettivi e ho un certo desiderio di realizzarmi professionalmente (adesso ad esempio mi sto muovendo nel mondo della televisione come autrice e conduttrice: un tipo di carriera che non avrei mai immaginato quando ho iniziato come fotografa). Spero solo che il percorso sia costellato di sorprese: tra dieci anni voglio solo guardarmi indietro ed essere orgogliosa di tutte le sorprese che mi hanno portato a dove sarò in quel momento esatto.

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